Ponza protagonista della mostra di Paul Thek in una galleria di New York

Fino al 21 febbraio “Alexander and Bonin”, importante galleria di New York nel quartiere Chelsea specializzata nell’esposizione e valorizzazione di artisti d’avanguardia, ospita la mostra “Paul Thek: Ponza-Roma”. Successivamente l’esposizione si trasferirà dal 17 marzo al 25 aprile alla Mai 36 Galerie di Zurigo. In occasione dell’inaugurazione di New York, Enzo Di Giovanni ha riportato sul sito web di Ponza Racconta, della cui Redazione fa parte, un’intervista a Ted Bonin, uno dei titolari della galleria newyorkese, incontrato a Ponza lo scorso mese di dicembre, quando vi si era recato proprio per conoscere da vicino il luogo che ha ispirato la ricerca e il lavoro di Thek, nato a New York nel 1933 e morto di Aids a 55 anni, “precursore anche in questo” scrive Di Giovanni, già assessore alla cultura del Comune di Ponza. L’artista americano arrivò dunque nella Ponza post-Sessantotto. “Paul non è solo uno dei tanti visitatori di una Ponza che sta cambiando – scrive Enzo Di Giovanni – : Ponza diventa per anni la patria d’adozione dell’artista. Gli allestimenti delle sue opere in progress nelle principali città europee, dove più forte è il fermento culturale, vengono pensati e organizzati ‘sugli Scotti’. Esiste una fitta corrispondenza tra Paul e i suoi referenti, che indirizzano le loro missive a Mr. Paul Thek – Via Scotti – Ponza. Perché Ponza? Forse perché un’isola rappresenta un rifugio, nella sua essenzialità. E nessuna isola è più autentica, lo sappiamo bene, di questo lembo di terra partorito dal fuoco, modellato dal vento, aspro come la vita di una comunità tenace che per secoli è sopravvissuta avvinghiata su se stessa, anche quando il destino portava lontano: spesso, ironia della sorte, proprio in quella New York da cui era fuggito Paul”. “Paul approdò in una stanza a casa mia – prosegue Di Giovanni -. La sua dimora era quanto di più spartano si possa immaginare: qualche sedia, un vecchio tavolo, una chitarra, un vecchio letto in ferro battuto. E poi colori ad olio, giornali, sigarette, carta igienica colorata (era di moda nei primi anni Settanta), pezzi di legno levigati dal mare, plastilina. Era questo l’armamentario di Paul in quegli anni. Solo dopo ho scoperto che questi oggetti, con cui ricordo addobbammo un vecchio pero sul terrazzo di casa, non rappresentavano solo un gioco, ma erano l’eco delle realizzazioni mitteleuropee. Mostre povere, a-temporali, utilizzabili e ri-utilizzabili in esposizioni volutamente non durature, fugaci, apparenti. Come i dipinti su vecchi fogli di giornale. Come le tele raffiguranti scorci degli Scotti. Come i letti, gli armadi, i tavoli dipinti con le tonalità di blu di cui era capace Ponza, che Paul disseminò nelle abitazioni in cui abitò in quegli anni. Perché in quegli anni il concetto che sviluppò Paul Thek a Ponza, e che tanto affascinò il bambino che ero – ricorda Enzo Di Giovanni -, è che non contava la produzione artistica in quanto tale, ma solo come riflesso estemporaneo di una vita, questa sì, che doveva essere da artista. In effetti quel vecchio pero non è più. E non è più nemmeno Paul”. Molti lo ricordano ancora, sugli Scotti, conquistati dalla vitalità di un uomo che faceva della sua arte una ragione di vita. E qualcosa ancora rimane a Ponza della sua sterminata produzione. Figura apparentemente contraddittoria, Thek “per un lungo periodo è stato volutamente dimenticato, perché artista scomodo, difficile, ‘politicamente scorretto’, diremmo oggi. Insomma non catalogabile”. Ma da circa vent’anni assistiamo a una sua crescente riscoperta. “Perché, una volta tolta la patina del tempo in cui visse ed agì – conclude Di Giovanni -, esce fuori l’incessante ricerca dell’uomo, con le sue contraddizioni irrisolte, che fanno di Paul un cronista lucido, un occhio sul mondo assolutamente moderno”. Sarebbe bello e auspicabile che un evento artistico dedicato a questo singolare artista venisse in futuro organizzato proprio a Ponza.

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