Il mito di Gino Bartali raccontato dal figlio Andrea

La leggenda del ciclismo che ha segnato il mondo dello sport, non solo nella prima metà del XX secolo, che con le sue imprese ha incarnato un simbolo di pace e per i diritti umani, un campione senza fine Gino Bartali, che ha fatto della sua bicicletta da corsa uno strumento di concordia e amore per il popolo, da lui trascinato emotivamente nei periodi più ardui e infuocati come lo è stato il ’48 in Italia e come lo è stata la seconda guerra mondiale fra il 1944 ed il 1945 per i rifugiati ebrei sotto l’occupazione nazista.

Una carriera fatta di successi e d’impegno civile quella del “Ginettaccio”, raccontata ad ampio raggio nell’opera a lui dedicata dal titolo “Mio papà Gino”, scritta e presentata dal figlio Andrea in occasione della serata del Panathlon Club di Latina e nella quale ha fatto gli onori anche il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici. Pacifici ha portato la sua testimonianza in merito alla nomina conferita a Bartali di “Giusto fra le Nazioni”, un riconoscimento che è assegnato da parte dello Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano dell’olocausto fondato nel 1953, a chi, da non-ebreo, ha rischiato la vita per salvare anche quella di un solo ebreo durante le persecuzioni naziste. Proprio Bartali, in quegli

Gino Bartali

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anni caratterizzati dal conflitto mondiale, si distinse per il coraggio dimostrato nel salvare diverse famiglie dalla deportazione, sfidando la frontiera in sella alla sua bicicletta e trasportando messaggi di aiuto e falsi documenti, passando la frontiera ingannando i vigilanti dell’epoca ai quali appariva sempre come un campione nel pieno degli allenamenti. Un vero e proprio collaboratore di pace per una sorta di rete ebraico-cristiana, messa in piedi in seguito all’occupazione tedesca ed il conseguente avvio della deportazione degli ebrei per la quale ha dato il suo immenso contributo salvando molte vite. A 68 anni di distanza a testimoniare la grandezza di papà Gino è il figlio Andrea Bartali che nel suo libro ha rivelato la biografia di un personaggio che va oltre la sua immagine pubblica, lasciando intravedere i sentimenti e le emozioni che hanno contrassegnato la sua vita: i momenti passati vicino ai propri affetti proclamando la propria fede, sostenendo le sue idee politiche e facendo fronte ai propri dolori. A fare da sfondo: aneddoti, curiosità e inediti che svelano ulteriori sfaccettature di un personaggio ancora oggi capace di trasmettere grandi emozioni. Andrea Bartali, che significa ricevere questo riconoscimento alla memoria? “Credo sia l’onorificenza più prestigiosa che un uomo possa ricevere, il giusto riconoscimento a quelle che mio padre chiamava “rinunce” per praticare questo sport, stando anche vicino alla gente bisognosa. Dopo la sua morte, da parte dello Yad Vashem sono stati esaminati tanti documenti, soprattutto per evitare dei falsi. Lui era un uomo di forte fede cattolica, tanto che nel 1936 prese i voti di terziario carmelitano; e non c’è foto di quegli anni che non ritraesse mio padre senza il distintivo della comunità attaccato al bavero della giacca. Lui non aveva mai e poi mai parlato con nessuno di quello che aveva fatto per quelle famiglie, poiché secondo lui: “Il bene si fa ma non si dice, perché se lo dici che bene è…?!”. Cosa ha portato alla scoperta della verità? “La testimonianza di due persone appartenenti alle famiglie salvate da mio padre, dopo un processo lungo e non semplice, il 7 Luglio c’è stato il riconoscimento ufficiale che però è stato reso pubblico il 23 Settembre, data coincisa con l’inizio dei campionati del mondo a Firenze. Poi, l’ambasciata Israeliana ha consegnato alla Sinagoga una medaglia d’oro per mio padre. In seguito è arrivato anche un invito, in occasione di una gara di gran fondo in Israele intitolata a papà, con tanto di mattonella a lui dedicata nel giardino dell’olocausto; una cerimonia di premiazione informale alla quale ha fatto seguito quella formale proprio nella Sinagoga di Firenze, sua città natale”. Perché tuo padre non ha voluto mai raccontare delle sue imprese? “Il suo timore era che si diffondessero informazioni errate. Me ne aveva parlato quando avevo 15 anni, ma sempre raccomandandosi di non raccontare niente. Quando poi negli anni ’60 avevo iniziato a lavorare a Milano, lui mi raggiungeva spesso, quando era ospite della Gazzetta dello Sport e delle altre redazioni giornalistiche, e allora cominciò ad aprirsi, a raccontare, dando il là a ciò che avrebbe portato al riconoscimento di ‘Giusto fra le Nazioni’”. Se fosse qui, come giudicherebbe il ciclismo di oggi? “Direbbe che il suo ciclismo sta al ciclismo di oggi come il giorno sta alla notte. Mio padre sapeva delle sostanze che già in molti, fra quelli che praticavano lo sport, assumevano e non gli piaceva per niente, diceva che: “Un asino dopato non sarà mai un puro sangue…!”.

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